• Sul New England Journal of Medicine pubblicati i risultati del primo studio clinico di lopinavir-ritonavir per COVID19

  • Sono positivi i risultati di dapagliflozin sugli outcome cardiovascolari ottenuti dallo studio di fase III DECLARE (Dapagliflozin Effect on Cardiovascular Events) - TIMI 58, il più ampio mai condotto sugli outcome cardiovascolari (CVOT) per un inibitore di SGLT2. I risultati sono stati presentati da AstraZeneca all’American Heart Association (AHA) a Chicago e sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

  • Il mancato aggiornamento di dati degli studi clinici è sotto l’attenzione del governo inglese, come riporta un articolo di Elizabeth Gourd su "The Lancet". Il governo infatti ha recentemente inviato una lettera di richiamo alle oltre 40 Università britanniche che non hanno ottemperato alla politica di trasparenza voluta dall'Unione Europea sui risultati delle ricerche cliniche.

  • I risultati di uno studio clinico di Fase I evidenziano la sicurezza di una terapia CAR-T ottenuta con l’impiego di tecniche di editing del genoma. 

    Modificare i linfociti T prelevati da donatori sani per aggredire le cellule di bambini e adolescenti affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule B. Possibile? Grazie a tecniche di editing del genoma come CRISPR-Cas9 l’evoluzione delle terapie a base di cellule CAR-T potrebbe subire un’impennata, consentendo a queste nuove forme di trattamento - che già hanno ottenuto risultati straordinari soprattutto nella lotta a linfomi e leucemie - di compiere un balzo evolutivo dalle conseguenze estremamente rilevanti. Non solo in termini di efficacia e di potenziali bersagli terapeutici, ma anche di costi e produzione: un aspetto che ne determinerebbe ancor più l’allargamento del ventaglio di utilizzo. 

    Una Biobanca di CAR-T?

    Sebbene le CAR-T siano terapie avanzate innovative, già da molto tempo si ragiona sulla possibilità di elaborare delle versioni “pronte all’uso”, destinate a tutti i pazienti e non - come sta accadendo ora - unicamente a coloro da cui sono stati raccolti i linfociti T da ingegnerizzare. Questo permetterebbe di creare delle biobanche dove conservare le cellule da destinare a quanti ne avessero bisogno in tempi più rapidi di quelli necessari alla produzione “personalizzata” per cui oggi le CAR-T sono approvate. 

    Perciò, all’interno dello studio clinico di Fase I, condotto dai ricercatori della Great Ormond Street Hospital for Children NHS Foundation Trust e dello University College di Londra, si è voluto valutare prima di tutto la sicurezza e poi l’efficacia di un trattamento, siglato come PBLTT52CAR19, consistente in linfociti T opportunamente ingegnerizzati per contrastare la leucemia linfblastica acuta a cellule B nei giovani pazienti già stati sottoposti, senza successo, ai trattamenti standard.

    Il processo di preparazione

    Le cellule T necessarie per la preparazione di PBLTT52CAR19 - questo il nome della terapia sperimentale - provenivano da donatori sani, non necessariamente HLA-compatibili. Tramite l’impiego di specifici vettori lentivirali esse sono state trasdotte in modo tale da esprimere sulla superficie il recettore CD-19, necessario per il riconoscimento delle cellule tumorali. Parallelamente, sono state fornite alle cellule anche le sequenze guida del sistema CRISPR grazie a cui è stato possibile intervenire in maniera mirata sulle sequenze del genoma corrispondenti agli antigeni CD52 e TRAC. Questi due geni svolgono un ruolo di primo piano nell’evoluzione della malattia: disattivando TRAC, infatti, i ricercatori hanno osservato una riduzione nel rischio che si instauri la malattia da trapianto contro lospite (GvHD, Graft versus Host Disease), mentre lo spegnimento di CD52 crea le condizioni perché il regime di pre-condizionamento - comprendente l’anticorpo monoclonale alemtuzumab - funzioni meglio. 

    Lo studio clinico

    Per questo studio monocentrico, condotto in aperto, era previsto l’arruolamento di un massimo di 10 pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta a cellule B, positiva all’antigene CD19, in recidiva o refrattaria (r/r) ai trattamenti standard: infatti, secondo dati recenti circa il 15-20% dei bambini va incontro a una ricaduta già dopo la prima linea terapeutica. Questo trial era rivolto a pazienti, di età compresa tra i 6 mesi e i 18 anni, affetti da malattia recidivante dopo trapianto di midollo osseo o che non avessero raggiunto una risposta completa iniziale dopo due cicli di chemioterapia standard. 

    Oltre a valutare la sicurezza del trattamento i ricercatori auspicavano che PBLTT52CAR19 fosse in grado di indurre una remissione nei bambini con leucemia linfoblastica acuta a cellule B r/r, rendendoli così idonei a ricevere un trapianto di midollo osseo da donatore HLA-compatibile che, in questi casi, potrebbe condurre a un miglioramento ma che nel caso di questi pazienti, in assenza delle CAR-T, sarebbe stato del tutto inutile.

    Dopo la conferma della diagnosi e la valutazione dei criteri di inclusione nel protocollo - la positività all’antigene CD19 è stato un prerequisito fondamentale - i pazienti sono stati arruolati nello studio e inviati al Great Ormond Street Hospital per l’avvio del regime di chemioterapia linfodepletiva comprendente i farmaci fludarabina, ciclofosfamide e alemtuzumab. Successivamente essi hanno ricevuto l’infusione di cellule T modificate e sono rimasti in osservazione: coloro che nelle settimane successive hanno raggiunto la remissione molecolare sono stati messi in lista per ricevere il trapianto di midollo da donatore e, poi, monitorati fino a un periodo di 12 mesi. Coloro che, invece, a 56 giorni dall’infusione presentavano ancora una malattia resistente al trattamento hanno continuato ad essere seguiti per valutare gli eventuali eventi avversi del trattamento ed, eventualmente, posti in regime di cure palliative. I monitoraggi di tutti i pazienti sono stati effettuati ad intervalli di tempo regolari (1, 2, 3, 6, 12 e 24 mesi) attraverso l’esecuzione di esami ematochimici, visite cliniche e test specifici. 

    I risultati della prima Fase di ricerca sono stati riportati sulle pagine della rivista Science Translational Medicine e rivelano come in quattro dei sei pazienti infusi con le cellule T TT52CAR19 sia stata vista un’espansione cellulare tale da consentire di procedere con il trapianto di cellule staminali allogeniche. 

    L’obiettivo principale, relativo alla sicurezza della procedura in questa popolazione, è stato raggiunto dal momento che, sebbene in due bambini si sia prodotta la sindrome da rilascio delle citochine e in uno si sia generata una reazione di neurotossicità transitoria, tali eventi erano attesi e sono stati gestiti sapientemente dal team medico.

  • Sono stati recentemente pubblicati i risultati di uno studio clinico di fase II volto a valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco iberdomide (CC-220) in pazienti affetti da lupus eritematoso sistemico. Nonostante siano necessari ulteriori studi per determinare il successo della molecola, in questa fase si sono visti dei risultati promettenti per quanto riguarda il trattamento della fase acuta della malattia. È quanto si evince dall’articolo Phase 2 Trial of Iberdomide in Systemic Lupus Erythematosus pubblicato su The New England Journal of Medicine.

    Lo studio clinico di fase II A Study to Evaluate the Efficacy and Safety of CC-220 in Subjects With Active Systemic Lupus Erythematosuscon codice identificativo NCT03161483, promosso da Celgene (gruppo Bristol Myers Squibb), è iniziato a maggio 2017 e si è concluso a settembre 2021. Lo scopo principale era quello di valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco orale iberdomide, rispetto al placebo, nel trattamento delle riacutizzazioni del lupus eritematoso sistemico (LES).

    Il LES è una patologia reumatica autoimmune caratterizzata da infiammazione cronica sistemica che colpisce principalmente le giovani donne e coinvolge diversi distretti corporei. Le sue manifestazioni più frequenti sono l’eritema a farfalla sul volto e altre eruzioni cutanee, infiammazione e dolore articolare e la sindrome di Raynaud. Inoltre, possono essere coinvolti dall’infiammazione anche le pleure, il pericardio, i reni e il sistema nervoso centrale. Il LES ha un andamento altalenante nel quale si alternano fasi acute con sintomi e manifestazioni più gravi a fase di remissione nelle quali i sintomi scompaiono o si attenuano.

    Le cause che scatenano lo sviluppo del lupus non sono ben note ma si conosce il meccanismo autoimmune alla base delle acutizzazioni della malattia e queste informazioni permettono di sviluppare farmaci efficaci per trattare i sintomi e le manifestazioni più gravi.

    Iberdomide è uno dei farmaci sviluppati a questo scopo. Il suo meccanismo d’azione prevede la degradazione di alcune delle molecole che portano allo sviluppo dell’autoimmunità.

    Disegno dello studio e obiettivi

    Lo studio di fase II randomizzato in doppio cieco pubblicato su NEJM prevedeva il coinvolgimento di un totale di 288 pazienti maggiorenni, sia femmine che maschi, con una diagnosi di lupus eritematoso sistemico. La ricerca si è svolta in 116 ospedali in tutto il mondo, tra i quali 3 italiani: l’ASST Spedali Civili di Brescia, l’AOU S. Anna di Ferrara e l’AOU di Cagliari.

    Lo studio prevedeva 4 fasi:

    1. Screening dei pazienti (4 settimane)
    2. Fase sperimentale (24 settimane)
    3. Fase di trattamento attivo (28 settimane)
    4. Estensione del trattamento (52 settimane).

    Nella fase sperimentale, i pazienti dono stati divisi in modo casuale in 4 gruppi:

    • 3 gruppi sperimentali, per un totale di 205 pazienti, hanno ricevuto il farmaco CC-220 in 3 diverse dosi (0,45 mg, 0,30 mg e 0,15 mg)
    • 1 gruppo di controllo composto da 83 pazienti ha, invece, ricevuto il placebo.

    Essendo in doppio cieco, fino alla fine dello studio né medici né pazienti sapevano quale dei due veniva somministrato. Al termine delle 24 settimane chi ha ricevuto il placebo è stato aggiunto casualmente a uno degli altri 3 gruppi e così tutti i pazienti sono stati trattati con CC-220 fino alla fine della sperimentazione.

    L’obiettivo principale era quello di studiare l’efficacia di dosi diverse di iberdomide nel ridurre l’attività della malattia durante le fasi acute, valutata con un l’indice SRI (SLE Responder Index). Inoltre, al termine della sperimentazione sono stati valutati anche gli obiettivi secondari come l’efficacia nel ridurre l’infiammazione in distretti corporei specifici, per esempio la cute o le articolazioni, e lo sviluppo di reazione avverse al farmaco.

    Risultati dello studio

    Nelle 24 settimane di fase sperimentale, il gruppo di pazienti che ha ricevuto la dose più alta di iberdomide ha ottenuto risultati migliori rispetto al gruppo trattato con placebo: il 54% dei pazienti ha raggiunto l’obiettivo sperato contro il 35%. I due gruppi di pazienti ai quali sono stati somministrate dosi minori di iberdomide, invece, non hanno ottenuto benefici significativamente diversi dal gruppo di controllo. Alcuni pazienti hanno sviluppato reazioni avverse come infezioni urinarie e respiratorie e una riduzione del numero di globuli bianchi. I risultati sono, dunque, promettenti ma sono necessari studi clinici che coinvolgano un numero più alto di pazienti per maggior tempo per determinare l’efficacia e la sicurezza di questo farmaco.

    La ricerca in corso

    Al momento in Italia ci sono 13 studi clinici che accettano pazienti con lupus eritematoso sistemico. Uno studio è di tipo osservazionale, 11 sono di tipo interventistico in diverse fasi di ricerca e 1 studio coinvolge pazienti su specifico invito. Puoi controllare, e far controllare al tuo medico di riferimento, la lista degli studi attivi seguendo questo link.

     

    Un video esplicativo sullo studio è pubblicato sul sito della rivista (video in inglese) 

    https://www.nejm.org/do/10.1056/NEJMdo006417/full/

  • Sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine (NEJM) i risultati preliminari di uno studio clinico di fase III che valuta l’efficacia e la sicurezza di valoctocogene voxaparvovec, una terapia genica sviluppata dalla casa farmaceutica Biomarin Pharmaceutical per l’emofilia A grave. Secondo le conclusioni tratte nell’articolo Valoctocogene Roxaparvovec Gene Therapy for Hemophilia A questa terapia aumenta la produzione endogena del fattore VIII della coagulazione e riduce significativamente i sanguinamenti spontanei.

    L’emofilia A è una patologia genetica causata dalla mancata o ridotta produzione del fattore VIII della coagulazione, dovuta alla mutazione di un gene localizzato sul cromosoma X. La carenza di questo fattore determina una diminuita o assente capacità di coagulazione del sangue che si manifesta con sanguinamenti spontanei, talvolta dolorosi, soprattutto al livello delle articolazioni e dei muscoli. L’emofilia viene considerata grave quando la produzione del fattore VIII è inferiore all’1% rispetto a quella degli individui sani.

    La malattia viene generalmente trattata con infusioni intravenose profilattiche di fattore VIII che sopperiscono alla sua mancata produzione interna. Le infusioni vengono effettuate due o tre volte alla settimana e non sempre sono efficaci a ridurre il sanguinamento. Per questi due motivi i pazienti con emofilia A grave possono subire un peggioramento della qualità della vita da non sottovalutare.

    L’obiettivo della ricerca farmaceutica è quindi quello di produrre una terapia in grado di ridurre i sanguinamenti spontanei con il minor numero di somministrazioni possibili.

    Nello studio di fase III Single-Arm Study To Evaluate The Efficacy and Safety of Valoctocogene Roxaparvovec in Hemophilia A Patientscon codice identificativo NCT03370913, i ricercatori indagano l’efficacia di valoctocogene roxaparvovec nel ridurre i sanguinamenti nei pazienti con emofilia A grave.

    Valoctocogene roxaparvovec è una terapia genica sperimentale che prevede una singola somministrazione. È volta a modificare il DNA del paziente emofilico con l’introduzione, tramite vettore adenovirale, del gene sano per il fattore VIII al posto di quello mutato, allo scopo di eliminare la causa della malattia alla base.

    Disegno e obiettivi dello studio

    La sperimentazione clinica vede il coinvolgimento di 124 pazienti maschi, maggiorenni, con una diagnosi di emofilia A grave. Sono stati reclutati in 48 centri clinici nel mondo, tra i quali uno italiano: il Centro Emofilia e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

    Tutti i partecipanti hanno ricevuto la singola somministrazione di valoctocogene roxaparvovec e attualmente sono in fase di follow-up.

    Valoctogene roxaparvovec è già stato valutato con successo nei precedenti studi clinicidi fase I e II. Nella fase III l’obiettivo primario è quello di studiare la quantità di fattore VIII prodotto dai pazienti dopo un anno dalla somministrazione della terapia.

    Altri obiettivi prevedono la valutazione, sempre a un anno, della necessità di infusioni profilattiche di fattore VIII e il numero dei sanguinamenti. Inoltre, nei prossimi anni verranno tenuti sotto controllo gli eventuali effetti avversi di lungo termine.

    Risultati

    I ricercatori riportano nell'articolo che ad un anno dalla somministrazione di valoctocogene roxaparvovec il 90% dei pazienti ha ottenuto una riduzione dei sanguinamenti e l’88% un aumento della produzione endogena del fattore VIII con una conseguente minore necessità di iniezioni profilattiche. In questo periodo tutti i pazienti hanno avuto almeno una reazione avversa, tra le quali mal di testa (38%), nausea (37%) e aumento dei livelli di aspartato aminotrasferasi (35%). 22 pazienti su 134 hanno avuto reazioni gravi.

    Questi risultati preliminari sono promettenti ma lo studio clinico è tuttora in corso. La sperimentazione clinica, iniziata a dicembre 2017, dovrebbe concludersi entro il novembre 2024. Al momento è stato già raggiunto il numero di pazienti previsto e non se ne accettano ulteriori. Nel frattempio, sulla base di questi incoraggianti risultati, l'azienda ha presentato una domanda di autorizzazione all'immissione in commenrcio che sarà valutata dall'EMA (Agenzia Europea del Farmaco). 

  • Un gruppo di ricerca americano, coordinato dal professor Arvind Dasari dell’Università del Texas, ha recentemente pubblicato su JAMA Network Open una revisione sistematica della letteratura scientifica che valuta l’impatto degli studi clinici di fase III sulla sopravvivenza complessiva dei pazienti affetti da carcinoma metastatico del colon-retto. Lo scopo era quello di analizzare come sono cambiati gli studi clinici di questo tipo nel corso del trentennio 1986-2016, individuare i fattori che sono legati a una maggiore sopravvivenza dei pazienti e suggerire miglioramenti nel disegno degli studi clinici perché siano al passo con i tempi  dell'oncologia di precisione.

    La revisione sistematica

    Una revisione sistematica della letteratura è uno studio di secondo livello che ha lo scopo di analizzare e riassumere, con una metodologia standardizzata e ripetibile, i risultati degli studi di primo livello allo scopo di rispondere a un preciso quesito clinico.

    Il gruppo di ricerca americano ha analizzato 150 studi clinici di fase III finalizzati a valutare l’efficacia di terapie antitumorali sistemiche su pazienti con carcinoma metastatico del colon-retto che hanno avuto luogo negli Stati Uniti tra il 1986 e il 2016.

    Per identificare le caratteristiche di questi studi legate a un aumento significativo (in questo caso considerato maggiore o uguale a 2 mesi) della sopravvivenza complessiva dei pazienti partecipanti, i ricercatori hanno confrontato i dati ottenuti dall’analisi degli studi selezionati, che comprendono 77494 pazienti, con quelli di 67126 pazienti trattati con chemioterapia, ricavati dal database SEER (Surveillance, Epidemiology and End Results) del National Cancer Institute statunitense, che raccoglie i dati di circa il 35% della popolazione americana ed è considerato una buona fonte di informazioni sull'epidemiologia e la sopravvivenza dei malati di cancro.

    In ogni caso questa revisione sistematica presenta dei limiti che devono essere considerati, come l'esclusivo utilizzo del database SEER che pur essendo considerato una buona fonte di dati non è esaustivo.

    I risultati dell'analisi

    É emerso che solo il 46,6% degli studi clinici analizzati ha raggiunto l’obiettivo primario previsto dal protocollo dello studio, e solo il 26,5% degli studi ha visto un aumento della sopravvivenza complessiva superiore ai 2 mesi, evidenziando come il raggiungimento di un risultato positivo in termini statistici non sia legato necessariamente al beneficio clinico. 

    Nonostante ciò è stato osservato un miglioramento della sopravvivenza dei pazienti affetti da cancro metastatico del colon retto, soprattutto per quelli che facevano parte dei bracci sperimentali degli studi nei quali venivano testati farmaci di prima linea di trattamento (incremento di 5,7 mesi in 10 anni).

    Dove migliorare?

    L'analisi mostra come gli studi nei quali vengono testate terapie di terza linea e oltre, nonchè gli studi finanziati interamente dalle case farmaceutiche, siano quelli meno frequentemente associati a un aumento della sopravvivenza. 

    Nel corso del periodo 1986-2016 si è anche assistito a una riduzione della ricerca su nuove molecole e target terapeutici, tanto che è aumentata dal 28% al 50% la percentuale degli studi che prevedono l’utilizzo di combinazioni o nuovi dosaggi di farmaci già approvati.

    Inoltre, è molto basso il numero di studi clinici che valutano la sopravvivenza e i benefici clinici a lungo termine e questo rende più difficile associare l’aumento della sopravvivenza complessiva con l’efficacia della terapia farmacologica, visto che ulteriori benefici potrebbero derivare anche dai miglioramenti nella diagnostica e nella chirurgia del tumore metastatico del colon-retto.

    Secondo i ricercatori americani è quindi importante disegnare degli studi clinici di fase III per la terapia del carcinoma metastatico del colon-retto che conducano a un effettivo aumento della sopravvivenza complessiva a lungo termine. Per questo è necessario sviluppare una maggiore comprensione dei meccanismi patogenetici, utilizzare sofisticati strumenti di ricerca traslazionale e lavorare su nuove molecole dirette contro nuovi bersagli terapeutici.

     

     

    Articolo di riferimento:  https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2792599

     

     

     

  • Ottime premesse dai risultati di uno studio clinico di Fase II su 12 pazienti con deficit del sistema di riparazione del DNA

    Tra le neoplasie diffuse in Italia il cancro del colon-retto è una delle più note, interessando quasi in egual misura maschi e femmine (con un leggero aumento in termini numerici nei primi rispetto alle seconde). Sono oltre 43 mila le nuove diagnosi poste in un anno e il cammino terapeutico dei pazienti appare spesso lungo e articolato, necessitando di chemioterapia, radioterapia e anche dell’intervento chirurgico. Ma (in un futuro prossimo) il contribuito a un cambiamento della pratica vigente potrebbe giungere dai dati da poco pubblicati sulla rivista The New England Journal of Medicine relativi all’utilizzo di un anticorpo monoclonale (dostarlimab) in individui affetti da adenocarcinoma del retto in fase avanzata con un deficit nel sistema di riparazione del DNA (MMR, Mismatch Repair).

    Prima di entrare nel merito dei risultati dello studio è bene ricordare che uno dei meccanismi attraverso cui originano e si sviluppano i tumori è quello della creazione di difetti o inceppamenti nei meccanismi di riparazione del DNA; di fatto, le mutazioni che inducono instabilità del genoma devono esser tenute d’occhio perché possono portare a un più facile sviluppo del tumore. Nella descrizione dello studio clinico di cui sono stati presentati i risultati tale instabilità è stata valutata attraverso l’uso di test per determinare l’espressione nei pazienti di geni importanti fra cui MLH1, MSH1, MSH6 e PMS2 che svolgono una funzione essenziale nella riparazione del DNA: pazienti con un adenocarcinoma rettale di stadio II o III, con un punteggio ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group) compreso tra 0 e 1 e una mancata espressione di questi geni sono stati considerati adatti all’arruolamento.

    Attualmente, la strategia operativa per i tumori del retto localmente avanzati consiste nel far precedere all’intervento chirurgico un trattamento di chemio-radioterapia e, dopo la chirurgia, sottoporre il paziente a un altro regime di chemioterapia adiuvante a base di fluoropirimidina e oxaliplatino. Secondo quanto riportano gli autori dello studio - condotto presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York - questa strategia ha successo in un quarto dei pazienti ma si associa a un elevato tasso di complicazioni con un pesante impatto sulla qualità di vita dei malati. Se a ciò si aggiunge che nel 5-10% dei pazienti che presentano un deficit nel sistema di riparazione del DNA la risposta al trattamento è molto limitata, si comprende come siano necessarie nuove opportunità di cura. Come quelle offerte da anticorpi monoclonali quali dostarlimab un anti-PD-1 (Programmed Death-1), già approvato dalla Commissione Europea per il trattamento del cancro endometriale ricorrente o avanzato.

    Il protocollo attuato dagli oncologi statunitensi si rifà ad uno studio prospettico di Fase II a singolo gruppo che prevedeva la somministrazione endovenosa di dostarlimab alla dose di 500 mg ogni 3 settimane per sei mesi (un totale di 9 cicli), a cui far seguire il trattamento di chemio-radioterapia e poi di chirurgia; tuttavia, a quanti avessero ottenuto una risposta completa dopo la sola terapia con dostarlimab sarebbe stata risparmiata questa seconda parte per essere mantenuti sotto stretta osservazione (il periodo di follow-up prevedeva controlli a 6 settimane, 3 mesi e 6 mesi e poi ogni 4 mesi dall’inizio del trattamento).

    L’obiettivo principale dello studio è stata la valutazione della risposta completa a 12 mesi dal completamento della terapia con dostarlimab (nei pazienti che non hanno avuto bisogno dell’intervento chirurgico) e della risposta patologica completa dopo il completamento della terapia con dostarlimab con o senza chemio-radioterapia. Un altro endpoint è stato la valutazione della risposta globale alla terapia neoadiuvante con dostarlimab, con o senza chemio-radioterapia.

    Su un totale di 16 pazienti 12 sono entrati in fase di arruolamento da più di 6 mesi e hanno completato i 9 cicli di trattamento con dostarlimab: la percentuale di quanti hanno ottenuto una risposta completa al trattamento è stata del 100%. Nessuno dei 12 ha avuto bisogno del trattamento chemio-radioterapico e del successivo intervento chirurgico ma ciò che sorprende (in positivo) ancora di più è che nessuno di loro sta mostrando segni di recidiva o di ricomparsa della malattia (un dato confermato anche dal referto della biopsia). Inoltre, nessuno di essi ha riportato eventi avversi di grado 3 o superiore, confermando l’ottimo profilo di tollerabilità di dostarlimab.

    Se è pur vero che una rondine non fa primavera e che questi dati - prodotti da una limitata casistica di studio - dovranno trovare conferma in trial clinici su una più ampia popolazione, è anche vero che un risultato del genere è fortemente indicativo della validità di farmaci cosiddetti inibitori del checkpoint immunitario come dostarlimab. Appare assodato che nel caso del carcinoma del retto gli effetti avversi della chemio-radioterapia comprendano ricadute sulla fertilità e sulla funzionalità renale e intestinale, ed è chiaro che occorre metter a punto programmi terapeutici mirati da applicare in maniera sempre più individualizzata in base alle caratteristiche del tumore.

    Altri studi clinici avevano dimostrato la buona risposta ai farmaci immunoterapici nei pazienti con deficit nel sistema di riparazione del DNA ma lo studio dei ricercatori newyorkesi conferma la solida risposta prodotta in malati colpiti da adenocarcinoma del retto in fase avanzata, suggerendo la possibilità che in un futuro non troppo lontano questi farmaci possano entrare a pieno titolo nei protocolli di trattamento di questo tipo di tumore.

  • Per registrarsi all'evento  https://www.clioedu.it/seminario-aifa-ottobre

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